Domenica 11 gennaio 2026 lo stadio Giovanni Cornacchia di Pescara ha ospitato la finale di Supercoppa Italiana femminile Juventus-Roma (vittoria della Juventus per 2-1 che si è aggiudicata per la quinta volta il trofeo).
Sugli spalti circa 6mila tifosi e tifose hanno incoraggiato le loro beniamine, esultando ai gol e per la vittoria finale delle bianconere.
Quella del calcio femminile italiano non è una favola ma una storia fatta di alti e bassi, caratterizzata da momenti di espansione, crescita e fiducia alternati a momenti di grande buio e difficoltà.
Il non essere professioniste è stato il vero nodo della questione sin dall’inizio ma davvero con l’arrivo del professionismo in Serie A (anno 2022), tutto si è risolto?
Non proprio tutto. Perché oltre la massima serie c’è un mondo in giro per l’Italia che vive ancora di grandi difficoltà che vanno dall’impiantistica sportiva all’abbigliamento; ci sono poche scuole calcio femminili e ancora troppi pregiudizi e cliché duri a morire.
Ad esempio: se una bambina decide di giocare a calcio, fino a 12 anni può farlo con i maschietti. E dopo? Se nella sua città o nelle vicinanze non c’è una scuola calcio femminile, cosa accade?
Che tutto si ferma, tutto si blocca. La giovane deve mettere da parte quel sogno, quel desiderio, a meno che la famiglia decida di fare chilometri e chilometri in automobile pur di vedere felice la propria bambina.
E poi ancora: che succede se una calciatrice aspetta un figlio o figlia?
Questo forse è il punto più dolente anche a livello sociale: quante donne sono ancora costrette a scegliere tra lavoro e famiglia e quante all’improvviso si vedono sbattute in faccia il licenziamento a causa dell’arrivo di un bambino o bambina?
Figuriamoci una donna che gioca a calcio.
Fortunatamente molte cose anche qui sono cambiate. Una data storica è il 1° gennaio 2021 quando la FIFPro (Federazione Internazionale Dei Calciatori Professionisti) e la FIFA hanno stabilito che alle calciatrici è garantito un minimo di quattordici settimane di congedo di maternità (almeno 8 delle quali dopo il parto) e un indennizzo pari ad almeno due terzi dei compensi previsti in precedenza.
Le calciatrici avranno inoltre il diritto di rimanere tesserate con la loro società di appartenenza durante il periodo di maternità.
Si è dovuto aspettare il nuovo secolo per vedere cambiare qualcosa ma chissà quante piccole realtà vivono situazioni complesse, difficili da gestire che portano poi a rinunciare all’iscrizione a un campionato regionale e di conseguenza alla fine di un sogno per tante ragazze.
Nel 2026 tutto questo sembra impossibile ma lo è, purtroppo. Rispetto ai paesi europei siamo molto indietro, dobbiamo recuperare anzi correre verso una meta precisa con obiettivi chiari e definiti.
Ecco perché quella partita a Pescara è stata uno spettacolo bellissimo non solo calcisticamente parlando ma soprattutto come momento di socialità, divertimento e stupore per tante bambine emozionate nel vedere le big della Serie A nella loro città.
Sono momenti come questi che aprono spazi, cultura, idea e fa cambiare orizzonti e mentalità.
Il calcio femminile italiano cresce nei numeri (si sfiorano le 50mila tesserate) ma c’è ancora tanto da lavorare per sfatare del tutto la celebre frase “Il calcio non è uno sport per signorine” pronunciata dall’ex giocatore poi allenatore Guido Ara nel 1909.

