Quel sentimento di ingiustizia, di rabbia e la consapevolezza che il sogno è svanito. Per l’ennesima volta
Inutile parlare di risultati e classifica. L’argomento è un altro: il sogno svanito di chi, per un attimo, ha creduto che questa volta potesse andare diversamente. Il destino, le scelte sbagliate, i ritardi, il vento arbitrale contrario. Alla fine il fatto è uno solo: anche quest’anno restiamo aggrappati a un’unica impresa.
Per un attimo, intonando quel coro allo stadio “…in Curva Sud…” che non sentivo da quasi vent’anni, i brividi li ho sentiti davvero. E non ero la sola. Eravamo tutti insieme a cantare a squarciagola, con la consapevolezza che non sarebbe stato necessariamente il tricolore a farci saltare dal letto, ma semplicemente un risultato degno dei sogni custoditi troppo a lungo.
Quel giorno a Tirana lo ricordo bene. Un miracolo essere presente. Ricordo il viaggio in aereo, in assoluto silenzio. Sorrisi timidi, sguardi bassi, con la paura di tornare a mani vuote. Ma con Mou alla guida avevamo forse una sicurezza diversa.
Il boato e l’esplosione di quella notte non è facile descriverli. Ho visto piangere, urlare e poi piangere ancora, perché il sogno si era avverato. Finalmente, fanculo il bonsai. Finalmente un trofeo.
Poi la batosta di Budapest. Ingiusta. Impossibile da digerire. Come una carbonara con la panna. Come una bestemmia.
Poi l’addio a Mourinho, un colpo al cuore. Poi l’epilogo di Daniele. Senza dimenticare i lunghi otto anni di un indegno presidente che, oltre a cambiarci lo stemma, voleva cambiare anche la storia.
Aggrappati ai ricordi del 2001 continuiamo a lottare per vedere la città esplodere di nuovo di gioia.
Maledetta nostalgia.
Maledetta sfortuna.
Eppure “Noi siamo la Roma”. È diventata quasi un’abitudine, un eufemismo pensare che, se abbiamo tutto questo, allora va bene così.
Abituati a sudarci tutto.
Abituati a soffrire fino all’ultimo secondo.
L’unica consapevolezza è che per noi la parola arrendersi non esiste.
Siamo un popolo coeso e nonostante tutto saremo sempre sugli spalti. Perché essere romanisti non è vincere.
È restare.
Quando fa male, quando sembra finita, quando tutto crolla.
Restare e continuare a crederci. Perché prima o poi arriverà di nuovo quel giorno.
E quando succederà, lo sapremo tutti.
Perché noi siamo la Roma.
Silvana Perrini
Fonte foto e video; Donne in Contropiede

