Psicologia: “La potenza emotiva dello stadio”

da | Dic 4, 2025

Reading Time: < 1 minute

Psicologia: “La potenza emotiva dello stadio”

Il ruolo di dopamina, emozioni e appartenenza nel rapporto indissolubile con la propria squadra

Dallo stadio al bar, dal gruppo WhatsApp della curva agli incontri nella piazzetta sotto casa, la passione per la squadra del cuore cresce insieme al tifoso, fino a trasformarsi in un collante sociale diventando un’identità condivisa. Per molti è solo uno sport strapagato ma per il vero tifoso è puro spettacolo. È un linguaggio universale che unisce indipendentemente dall’età, dal ceto sociale, dall’etnia in nome di una sola “fede”, quella pe la squadra del cuore. 

La psicologia ci insegna che ogni individuo cerca gruppi con i quali identificarsi; la teoria dell’identità sociale di Henri Tafel e John Turner ci mostra come ogni essere umano per definire la propria identità debba classificarsi in gruppi. È questo ciò che fanno i tifosi: si identificano in una squadra, generano il senso di appartenenza e condividono con essa i successi, le sconfitte come se fosse qualcosa vissuto in prima persona.

Il tifoso inizia a provare ciò che prova un giocatore sviluppando l’empatia. I suoi neuroni specchio trasferiscono in lui ciò che sente l’altro.

 Il tifoso, infatti, ha reazioni fisiologiche molto intense: suda, piange, ha la tachicardia;

egli è con la sua squadra anche nei momenti in cui questa non vola alto.

È il fenomeno della fede calcistica dove il dio però, in realtà, è la dopamina. La dopamina è un neurotrasmettitore che attiva il circuito della ricompensa nel cervello: ogni volta che la squadra vince il cervello rilascia dopamina e da lì senso di gratificazione, eccitazione.

Questo meccanismo si attiva anche quando i tifosi sperano in una futura vittoria rinforzando l’attaccamento.

Andare allo stadio o vedere una partita con altri crea un’oasi di amicizia, divertimento, coesione.

Emerge la vera forza dello sport: lo stadio diventa famiglia, accoglie e non giudica, abbraccia e non colpisce alle spalle. Si gioisce insieme per un goal o si piange insieme per un rigore sbagliato. Le emozioni fanno la hola, il cuore batte forte e si grida insieme, a volte in modo un po’ colorito ma insieme, tutti.

In un’epoca in cui il mezzo privilegiato di relazione è un cellulare, in un mondo dove sei solo per come appari, in un momento storico in cui l’arroganza e la prepotenza la fanno da padrone, lo stadio diventa casa, piazza, scuola, vita e la vittoria più bella per la quale gioire è proprio il sentirsi tutti, una cosa sola.

 Dott.ssa Laura Perrini 

Fonti foto: freepick.com; Ben Black Unisplash.com; Fleur unisplash.com

Condividi su